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Milano 4 lug. Ha iniziato a programmare all’età di 6 anni (con un Sinclair Spectrum) e a 15 ha scritto il suo primo software (un gioco) regolarmente commissionato e pagato. Ha iniziato così Ishay Green, nato a Tel Aviv da una famiglia povera e oggi, a nemmeno 34 anni, milionario startupper tra i più famosi di Israele e del mondo. Basti pensare che la sua prima impresa, Onigma, per la quale ha scritto insieme a un team di amici uno dei più avanzati programmi di data loss prevention, è stata acquisita da McAfee (per una cifra ufficiosa intorno ai 20 milioni di dollari) ed è oggi parte di Intel. Ne sono seguite molte altre e ora Green, che ilmondo.it ha incontrato a Roma durante l’edizione 2012 dell’InnovAction Lab, nell’ambito delle Giornate della creatività e dell’innovazione organizzate dalla Provincia, sta lavorando ad altre due start up hi-tech.
DALL'INTELLIGENCE ALL'HI TECH Il segreto? Forse l’esperienza del servizio militare (obbligatorio in Israele) nel corpo speciale preposto ai servizi di intelligence. Anche se dice di non amare l’esercito, perché è un convinto pacifista, riconosce che quella è stata un’eccellente scuola di alta tecnologia per lui e altri «cervelli»: l’esercito israeliano ha dipartimenti molto avanzati anche per le telecomunicazioni. Non è un caso, insomma, se il panorama dell’imprenditoria giovanile nel Paese è vivacissimo. «Da noi esiste un ecosistema completo fatto di talenti, alta formazione, communities di programmatori, imprese (tra le 6 e le 8 mila start-up) e investitori». L’altro ingrediente fondamentale, in Israele e non solo, «è l’idea, la creatività: capire quello che la gente vuole, anche guardando avanti», dice Ishay. «Una delle start-up che ho fondato e che seguo oggi si chiama WonderLabs: si occupa di lanciare features per dare un volto nuovo a Facebook, un’estensione delle sue funzionalità in vista di quello che il pubblico chiederà tra qualche anno». Per capire meglio come sono fatte le persone e che cosa desiderano, Green è partito da se stesso: da sei anni in analisi, studia i testi di Freud e garantisce che questo viaggio interiore lo aiuta a conoscere il genere umano. L’approccio è più «scientifico» ma, in fondo, le basi non sono tanto diverse da quelle da cui è partito Mark Zuckerberg, che non ha fatto altro che cogliere e soddisfare un bisogno crescente, quello di comunicare e condividere.
COPIARE? SI' GRAZIE Facile a dirsi, in concreto però da dove si comincia? Regola numero uno: «Le competenze non si costruiscono all’università, bisogna essere autodidatti studiando su Internet, perché solo così si conosceranno tutte le tecnologie all’avanguardia». Numero due: «Formare gruppi di persone molto capaci che fanno sviluppo software e danno in outsourcing le proprie competenze, E poi creare cloni nazionali di siti e imprese stranieri di grande successo». Cioè copiare? «Nell’hitech esiste il motto «copy with pride», che vuol dire proporre nel proprio Paese esperienze estere adattandole però ai gusti del pubblico nazionale. È il primo passo per arrivare a un’idea completamente originale». Quanto ai soldi, «anche in Italia ci sono persone ricche e fondi di investimento, no?», domanda Green, abituato alla realtà israeliana in cui persone facoltose facilmente investono anche 50 mila dollari in un’impresa innovativa in cambio di un 10-20% della società e abbondano fondi privati e capitalisti di ventura locali nonché grandi vc internazionali. Come quelli che hanno investito complessivamente oltre 18 milioni di dollari in Soluto, la seconda start-up che Green ha creato insieme all’amico Tomer Dvir (che oggi ne è il ceo, mentre Ishay siede nel board).
LA REGOLA DELLA SEMPLICITA' Anche se i capitali ci sono, bisogna saperi attirare. «Il segreto è convincere l’investitore che la propria idea funziona. E funzionerà se sarà semplice da utilizzare e in grado di fornire un’esperienza d’uso divertente. Steve Jobs lo sapeva benissimo».
Anche il successo di Soluto si deve a questi elementi: è un servizio web-based per sfruttare al meglio, e facilmente, il proprio pc, eliminando ogni stress dall’uso delle tecnologie. L’idea ha fatto il giro del mondo, tanto che si vocifera di importanti gruppi interessati all’acquisto, ma Green smentisce: l’intenzione non è di vendere, bensì di fare di Soluto «una grande azienda». Ma passando da una start-up all’altra, dove pensa di arrivare Ishay Green? «Il mio obiettivo è creare un sistema che spinga le persone a interessarsi all’arte. Sono convinto che la tecnologia possa cambiare il mondo in meglio».
Patrizia Licata
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